Per anni ci hanno spiegato che bisognava studiare per non finire a fare un lavoro manuale.
Come se usare le mani fosse una specie di sconfitta.

Una sarta è un’operaia. Una première d’atelier, invece, può arrivare a guadagnare cifre che molti professionisti in giacca e cravatta possono soltanto sognare.
Curioso come lo stesso paio di mani possa passare dall’essere considerato un ripiego a diventare un patrimonio.


Quando parliamo di Made in Italy, ci immaginiamo sempre un artigiano di ottant’anni, chino sul suo tavolo da lavoro, custode di segreti tramandati da generazioni. Segreti che, possibilmente, si porterà nella tomba.
È un’immagine meravigliosa. Soprattutto per chi deve realizzare una campagna pubblicitaria.
Ma il Made in Italy, fortunatamente, non è ancora un museo.
È fatto anche di persone giovani, di idee nuove, di macchine da cucire che non si fermano e di qualcuno che, ogni tanto, vorrebbe soltanto appoggiare la testa sul tavolo e non rialzarla più.

A Milano, in pochi anni, abbiamo costruito il nostro atelier SSHEENA. Un luogo dove passiamo una quantità di tempo probabilmente irragionevole a discutere di proporzioni, cuciture e dettagli che la maggior parte delle persone non noterà mai.
E che noi, naturalmente, notiamo tutti.
Abbiamo una certa ossessione per il ben fatto. Soprattutto per la sartoria formale, ma anche per tutto ciò che compone il nostro guardaroba, dalla testa ai piedi.
E un’ossessione altrettanto grande per il design.


Perché un capo realizzato perfettamente, ma senza un’ anima, rimane un capo realizzato perfettamente. E un’idea geniale, confezionata male, rimane un’idea geniale confezionata male.
Viviamo in un’epoca in cui una buona comunicazione può rendere desiderabile praticamente qualsiasi cosa. Basta una bella fotografia, qualche parola scelta bene e possibilmente una storia commovente su qualcuno che cuce da sessant’anni.
Noi preferiamo continuare a discutere per ore di una cucitura interna.
Non perché non ci interessi la comunicazione. Al contrario. Ci piacciono le idee provocatorie, le immagini che disturbano e tutto ciò che riesce a rendere la moda meno prevedibile.
Ci piacerebbe soltanto che, una volta tolta la fotografia, rimanesse qualcosa.
Una giacca costruita bene può richiedere giorni di prove, correzioni e ripensamenti. Difficilmente una cucitura interna farà milioni di visualizzazioni.
Ma continuiamo a farla come se dovesse.

C’è qualcosa di paradossale in un mondo in cui tutti vogliono essere creativi, ma sempre meno persone sanno trasformare un’idea in qualcosa di reale.
Abbiamo imparato a dare un valore enorme a chi immagina, dirige, comunica. Molto meno a chi materialmente realizza.
Eppure, senza quelle mani, gran parte delle idee che celebriamo rimarrebbe esattamente dove è nata: nella testa di qualcuno.
Non vogliamo conservare il Made in Italy sotto una campana di vetro, né trasformarlo nell’ennesima storia nostalgica di un mondo che non esiste più.
Vogliamo farlo evolvere. Con nuove persone, nuove idee e la stessa, insopportabile ossessione per le cose fatte bene.

Il Made in Italy non è un luogo da esibire. È una cultura del fare, che merita di continuare a evolversi.
Perché quello che si vede può essere copiato.
Quello che c’è dietro, bisogna saperlo fare.