Skip to content
Home » “I LIKE IF YOU LIKE”

“I LIKE IF YOU LIKE”

  • by

ENG

Eight Years with Virgil Abloh

Ho lavorato con Virgil Abloh per otto anni.

Quando abbiamo iniziato, ero l’unica designer di Off-White. Disegnavo tutto, uomo e donna. Dopo circa due anni mi sono concentrata sulla collezione femminile, occupandomi praticamente di qualsiasi cosa: dalle sfilate agli abiti su misura, dagli abiti da sposa a quelli per le celebrities, fino ai progetti speciali per eventi come il Met Gala.

Parallelamente, ero la sua designer di riferimento anche per molti dei suoi progetti personali e delle collaborazioni più importanti, da Nike a Louis Vuitton, fino a Chrome Hearts e Undercover.

In otto anni abbiamo fatto tantissime cose insieme. Ma la cosa più importante che Virgil ha fatto per me non è stata coinvolgermi in qualche progetto straordinario.

È stata cambiarmi gli occhi.

Prima di conoscerlo, come molti designer, cercavo ispirazione soprattutto nella moda. Guardavo le collezioni, studiavo gli archivi, cercavo riferimenti, costruivo moodboard. Tutto molto interessante, naturalmente, ma anche terribilmente autoreferenziale.

Un mondo che continua a guardare se stesso, frequentato da persone che parlano di vestiti con altre persone che parlano di vestiti. Una piccola cerchia convinta di rappresentare il centro dell’universo, mentre il resto del mondo, fortunatamente, continua a vivere senza preoccuparsene troppo.

Poi è arrivato Virgil.

Poteva mandarmi la fotografia di un aeroporto, di un cartello stradale o del look decisamente discutibile di un ragazzo incontrato per strada. Immagini che, nella maggior parte dei casi, non avrei nemmeno considerato degne di attenzione.

E da una di quelle fotografie poteva nascere una collezione.

Virgil non cercava necessariamente di inventare qualcosa che non esisteva. Cercava di guardare diversamente qualcosa che esisteva già.

Aveva capito che la cultura contemporanea non nasce soltanto nei luoghi che si considerano culturalmente importanti. Spesso nasce altrove. Per strada, nei supermercati, negli aeroporti, nella musica, nelle abitudini delle persone.

La moda, invece, troppo spesso continua a cercare ispirazione dentro se stessa, producendo oggetti destinati a un pubblico immaginario, costruito a immagine e somiglianza di chi li disegna.

Virgil guardava fuori.

Guardava quello che le persone indossavano davvero, quello che desideravano, quello che riconoscevano come parte della propria vita.

E poi cercava un modo per trasformarlo.

Non si trattava semplicemente di prendere qualcosa di popolare e renderlo costoso. Il lavoro era molto più complesso. Bisognava conservare qualcosa della sua origine, del suo significato, della sua autenticità, e attraverso il design portarlo altrove.

Perché se alla fine non riconosci più da dove sei partito, probabilmente hai perso la parte più interessante.

Il nostro lavoro consisteva esattamente in questo.

Io portavo la mia conoscenza della costruzione, delle proporzioni, dei tessuti, del corpo femminile. Lui portava uno sguardo capace di collegare mondi che apparentemente non avevano nulla a che fare tra loro.

Virgil Abloh al lavoro con la designer di Off-White

Il nostro rapporto si svolgeva principalmente su WhatsApp.

Ci scrivevamo ogni giorno, a qualsiasi ora. Non esistevano orari di lavoro, weekend o vacanze. Una fotografia, un’idea, una domanda, un’intuizione. Qualsiasi cosa poteva diventare il motivo per iniziare una conversazione.

A un certo punto ho dovuto trovare spazio per quasi due terabyte di immagini e conversazioni.

Due terabyte.

Praticamente un archivio digitale della nostra incapacità di smettere di lavorare.

Ancora oggi quella chat è una specie di Bibbia per me. Ogni tanto mi viene in mente qualcosa, un progetto, una conversazione, un’immagine, e torno a cercarla lì dentro

Virgil Abloh, post su Instagram

In quegli otto anni ci siamo detti praticamente tutto.

E, a quanto pare, non ho ancora finito di rileggere.

A volte arrivava semplicemente un’immagine, senza troppe spiegazioni.

E da lì si cominciava.

Ma la cosa che più mi ha colpita del nostro rapporto era la libertà.

Non ho mai incontrato nessuno che mi abbia dato una fiducia creativa così assoluta.

Virgil aveva un modo piuttosto raro di riconoscere il valore delle persone. Ti dava fiducia, responsabilità, libertà. E sapeva anche attribuire a tutto questo un valore non soltanto a parole, e questo, devo ammettere, rendeva la collaborazione ancora più piacevole.

Virgil aveva anche un modo molto personale di dimostrare la propria gratitudine.

Ogni tanto arrivavano grandi mazzi di fiori, accompagnati da biglietti scritti a mano. A volte dopo una sfilata, per ringraziarmi del lavoro fatto. Altre volte per occasioni che non avevano niente a che fare con la moda.

Quando è nato mio figlio, per esempio, mi ha scritto che ero la mamma più cool del mondo.

Ho ancora quel biglietto.

Mazzo di fiori con biglietto scritto a mano

Eppure io continuavo a chiedergli conferma. Gli mandavo fotografie, disegni, prove. Gli chiedevo se gli piacesse quello che stavo facendo.

E spesso lui mi rispondeva:

«I like if you like.»

Oppure:

«You are the boss.»

Il che era abbastanza paradossale, considerando che il mio capo era lui.

Ma credo che questa fosse una delle sue qualità più straordinarie.

Virgil non aveva bisogno di dimostrare continuamente di essere la persona con l’ultima parola. Sapeva riconoscere le capacità degli altri e, soprattutto, sapeva lasciarle lavorare.

In un ambiente in cui tutti vogliono avere un’opinione su tutto, anche su cose di cui non sanno assolutamente nulla, incontrare qualcuno capace di affidarti un’intera responsabilità senza sentire il bisogno di controllare ogni dettaglio è piuttosto raro.

Virgil non mi chiedeva di interpretare il suo gusto.

Mi chiedeva di usare il mio.

E questo, per un designer, è probabilmente il regalo più grande che qualcuno possa fare.

Naturalmente non eravamo sempre d’accordo. E non tutto quello che facevamo era necessariamente straordinario. Ma avevamo costruito un linguaggio comune, un modo di capirci che spesso non richiedeva nemmeno troppe spiegazioni.

Lui sapeva che potevo trasformare le sue intuizioni in qualcosa di concreto. Io sapevo che, insieme, potevamo portarle molto più lontano.

Virgil mi ha insegnato a non considerare niente troppo banale per diventare interessante. A non avere paura di mescolare linguaggi differenti. A capire che il valore di un’idea non dipende necessariamente dal luogo da cui proviene.

Mi ha insegnato che il lusso e la cultura popolare non sono due universi incompatibili. Che un oggetto comune può diventare qualcosa di desiderabile senza dover rinnegare ciò che era in origine.

E soprattutto mi ha insegnato a uscire da quella piccola bolla in cui la moda continua troppo spesso a rinchiudersi.

A guardare le persone, le strade, le cose apparentemente insignificanti.

A capire che il mondo è molto più interessante di qualsiasi moodboard.

Non credo che un’altra persona sia mai riuscita a modificare così profondamente il mio modo di vedere le cose.

E credo anche che il nostro rapporto abbia funzionato così a lungo proprio perché non cercavamo di fare lo stesso lavoro.

Virgil aveva una visione. Io avevo il mio modo di darle forma.

Ci fidavamo l’uno dell’altra.

E in un mondo in cui tutti sembrano avere bisogno di controllare tutto, forse era proprio questa la cosa più rivoluzionaria.

Virgil non mi ha insegnato a disegnare.

Quello lo sapevo già fare.

Mi ha insegnato ad osservare.